Trama 2/5: Questa è una storia d’amore. Si tratta dell’amore più antico e più forte, forse il più puro che esista in natura: quello che unisce una madre e un figlio. Lei è malata, ha poco tempo, e lui, Mattia – sapendo che non potrà salvarla, eppure ostinandosi contro tutto e tutti – dà il via a un’avventura privatissima e universale: non sprecare nemmeno un istante. Ma in una situazione simile non è facile superare gli ostacoli della quotidianità. La provincia in cui Mattia abita, il lavoro in videoteca che manda avanti senza troppa convinzione, il rapporto con la fidanzata e con il padre: ogni aspetto della sua vita per nulla eccezionale è ridisegnato dal tempo immobile della malattia. Un rifugio sicuro sembrano essere i ricordi: provare a riavvolgere come in un film la memoria di ciò che è stato diventa un esercizio che gli permette di sopportare il presente. Ma è davvero possibile sfuggire a se stessi?
In questo viaggio dove tutto è scandalosamente fuori posto, è sempre il rapporto con la madre a far immergere Mattia nella dimensione più segreta e preziosa in cui sente di essere mai stato. Raccontando di questo everyman, grazie al coraggio della grande letteratura, Marco Peano ridà senso all’aspetto più inaccettabile dell’esperienza umana: imparare a dire addio a ciò che amiamo.
In questo viaggio dove tutto è scandalosamente fuori posto, è sempre il rapporto con la madre a far immergere Mattia nella dimensione più segreta e preziosa in cui sente di essere mai stato. Raccontando di questo everyman, grazie al coraggio della grande letteratura, Marco Peano ridà senso all’aspetto più inaccettabile dell’esperienza umana: imparare a dire addio a ciò che amiamo.
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Ero molto indecisa se assegnare 1 o 2 stelline, fino a pagina 200 probabilmente ne avrei assegnata una soltanto, ma le ultime pagine mi sono piaciute un po' di più quindi voglio essere generosa.... la spiegazione è lunga....
C'è una scena nel libro che io ho immaginato così: "la mamma in una sala d'attesa per fare delle analisi che condivide la malattia con altre donne che come lei sono lì per lo stesso motivo, ed è esattamente uguale se si fossero trovate in un altro ambulatorio per le analisi di routine in gravidanza" infatti l'autore dice che le donne condividono la malattia come il parto, anche se non esiste un parto uguale all'altro esattamento come non esiste una malattia uguale all'altra.
Questo lo condivido e aggiungo che non c'è un famigliare che soffre uguale all'altro, non c'è un autore che scrive un libro sull'argomento uguale all'altro, e un libro uguale all'altro.... Però....
Però onestamente, io che ho perso il papà per un incidente quindi non c'è stato il decorso di una malattia e la mia preparazione alla perdita (si è mai preparati?) mi sono letta una cartella clinica di 200 e passa pagine, nomi di medicine, sequenze di pulizia assistenza cateteri medicazioni e quant'altro... Non voglio sembrare insensibile, anche mia nonna è mancata per malattia, e al pari, di leggere una cartella clinica non mi interessa oltre che non provarne nessun piacere, ma se uno mi racconta la sua storia in un libro o a voce che sia, io voglio sapere come sta lui, lui che la racconta, quali sono i suoi sentimenti, invece in questo libro l'autore non lo racconta. Mi è sembrato uno di quelli che non ti dice mai cosa prova e le parole gliele devi togliere con le pinze dalla bocca, e ancora non saprai cosa prova. Allora perchè ne scrivi un libro? Ognuno fa quello che vuole, e forse altri che possono tra le righe leggerne anche la loro storia possono averlo apprezzato di più come io ho apprezzato altri libri in cui si parla meno dalla malattia e più delle persone. Però a me non è arrivato nulla di quello che volevo sapere, santo cielo questo Mattia non si lascia mai andare ad un eccesso, sempre super controllato, e ma vaffanculo dai, un bicchiere o un piatto fracassati sul muro? un urlo liberatorio? una bestemmia? capisco che non siamo tutti uguali e le esternazioni hanno tantissime sfaccettature, però io voglio sentimento tra le pagine, bello o brutto che sia, ma almeno che ci sia... Mi dispiace non aver potuto condivide il suo dolore, per quanto lo conosca purtroppo da molto vicino, ma avevo bisogno di leggere questo libro con più coinvolgimento che invece non ho provato, volevo arrabbiarmi insieme a lui mentre lo raccontava, e invece mi sono sentita indifferente. Troppo dolore? Senza dubbio, e rispetto il suo modo di (non) esternarlo, le morti appunto non sono tutte uguali, noi non siamo tutti uguali, e il modo con cui lo raccontiamo o gridiamo al mondo tocca corde diverse in chi ascolta, a me purtroppo non ha toccato nessuna corda.
Mi dispiace, e mi dispiace per l'autore e la sua perdita e per il suo dolore, che non metto in dubbio sia stato grande, ma le storie che raccontiamo giustamente non interessano e non piacciono a tutti.
C'è una scena nel libro che io ho immaginato così: "la mamma in una sala d'attesa per fare delle analisi che condivide la malattia con altre donne che come lei sono lì per lo stesso motivo, ed è esattamente uguale se si fossero trovate in un altro ambulatorio per le analisi di routine in gravidanza" infatti l'autore dice che le donne condividono la malattia come il parto, anche se non esiste un parto uguale all'altro esattamento come non esiste una malattia uguale all'altra.
Questo lo condivido e aggiungo che non c'è un famigliare che soffre uguale all'altro, non c'è un autore che scrive un libro sull'argomento uguale all'altro, e un libro uguale all'altro.... Però....
Però onestamente, io che ho perso il papà per un incidente quindi non c'è stato il decorso di una malattia e la mia preparazione alla perdita (si è mai preparati?) mi sono letta una cartella clinica di 200 e passa pagine, nomi di medicine, sequenze di pulizia assistenza cateteri medicazioni e quant'altro... Non voglio sembrare insensibile, anche mia nonna è mancata per malattia, e al pari, di leggere una cartella clinica non mi interessa oltre che non provarne nessun piacere, ma se uno mi racconta la sua storia in un libro o a voce che sia, io voglio sapere come sta lui, lui che la racconta, quali sono i suoi sentimenti, invece in questo libro l'autore non lo racconta. Mi è sembrato uno di quelli che non ti dice mai cosa prova e le parole gliele devi togliere con le pinze dalla bocca, e ancora non saprai cosa prova. Allora perchè ne scrivi un libro? Ognuno fa quello che vuole, e forse altri che possono tra le righe leggerne anche la loro storia possono averlo apprezzato di più come io ho apprezzato altri libri in cui si parla meno dalla malattia e più delle persone. Però a me non è arrivato nulla di quello che volevo sapere, santo cielo questo Mattia non si lascia mai andare ad un eccesso, sempre super controllato, e ma vaffanculo dai, un bicchiere o un piatto fracassati sul muro? un urlo liberatorio? una bestemmia? capisco che non siamo tutti uguali e le esternazioni hanno tantissime sfaccettature, però io voglio sentimento tra le pagine, bello o brutto che sia, ma almeno che ci sia... Mi dispiace non aver potuto condivide il suo dolore, per quanto lo conosca purtroppo da molto vicino, ma avevo bisogno di leggere questo libro con più coinvolgimento che invece non ho provato, volevo arrabbiarmi insieme a lui mentre lo raccontava, e invece mi sono sentita indifferente. Troppo dolore? Senza dubbio, e rispetto il suo modo di (non) esternarlo, le morti appunto non sono tutte uguali, noi non siamo tutti uguali, e il modo con cui lo raccontiamo o gridiamo al mondo tocca corde diverse in chi ascolta, a me purtroppo non ha toccato nessuna corda.
Mi dispiace, e mi dispiace per l'autore e la sua perdita e per il suo dolore, che non metto in dubbio sia stato grande, ma le storie che raccontiamo giustamente non interessano e non piacciono a tutti.
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