4/5 Trama: Si presentano qui alcune fiabe di J.R.R. Tolkien, precedute da un saggio
sulla fiaba. Accostare la saggistica e la narrativa di Tolkien non vuol
dire giustapporre due settori della sua attività, ma offrire due
profili diversi dello stesso scrittore. Lo scrittore ha un rapporto con
il linguaggio dal quale esula ogni violenza, un rapporto che non
consente alcuna artificiosa separazione fra contenuti e stile,
ispirazione e applicazione, conscio e inconscio. Perciò la continuità
fra il saggista e il narratore è assoluta, in Tolkien, come quella fra
il saggista e il poeta in Eliot e in Auden. Sia nella critica che nel
racconto di Tolkien si nota la stessa grande e tipica qualità: la
serietà del mistico e del metafisico è sempre mediata dall'umorismo,
come è sempre filtrata dall'erudizione.
Conoscitore massimo della letteratura anglosassone, alla quale introdusse generazioni di studenti oxoniani, Tolkien ha scritto, con Il Signore degli Anelli, un'epopea secondo le regole del genere cavalleresco, "diventando", commenta Elémire Zolla, "il servitore appassionato delle forze stesse che aveva sentito pulsare nei versi di uomini morti da più di un millennio". Tutto ciò si ripresenta nell'ultimo racconto di questo libro: "Il ritorno di Beorhtnoth, figlio di Beorhthelm".
"A chi sostiene che la sua opera è un'evasione dalla realtà", scrive ancora lo Zolla, "Tolkien replica, nel saggio Sulla fiaba, che, certo, una fiaba è un'evasione dal carcere e aggiunge: chi getta come un'accusa questa che dovreebbe essere una lode commette un errore forse insincero, accomunando la santa fuga del prigioniero con la diserzione del guerriero, dando per scontato che tutti dovrebbero militare a favore della propria degradazione a fenomeni sociali. Non si possono ignorare le realtà presenti, impellenti, inesorabili!, dicono ancora i custodi della degradazione. Realtà transitorie, corregge Tolkien. Le fiabe parlano di cose permanenti: non di lampadine elettriche, ma di fulmini. Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti. Esiste una fiaba suprema, che non è una sottocreazione, come altre, ma il compimento della Creazione, il cui rifiuto conduce alla furia o alla tristezza: la vicenda evangelica, in cui storia e leggenda si fondono".
Conoscitore massimo della letteratura anglosassone, alla quale introdusse generazioni di studenti oxoniani, Tolkien ha scritto, con Il Signore degli Anelli, un'epopea secondo le regole del genere cavalleresco, "diventando", commenta Elémire Zolla, "il servitore appassionato delle forze stesse che aveva sentito pulsare nei versi di uomini morti da più di un millennio". Tutto ciò si ripresenta nell'ultimo racconto di questo libro: "Il ritorno di Beorhtnoth, figlio di Beorhthelm".
"A chi sostiene che la sua opera è un'evasione dalla realtà", scrive ancora lo Zolla, "Tolkien replica, nel saggio Sulla fiaba, che, certo, una fiaba è un'evasione dal carcere e aggiunge: chi getta come un'accusa questa che dovreebbe essere una lode commette un errore forse insincero, accomunando la santa fuga del prigioniero con la diserzione del guerriero, dando per scontato che tutti dovrebbero militare a favore della propria degradazione a fenomeni sociali. Non si possono ignorare le realtà presenti, impellenti, inesorabili!, dicono ancora i custodi della degradazione. Realtà transitorie, corregge Tolkien. Le fiabe parlano di cose permanenti: non di lampadine elettriche, ma di fulmini. Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti. Esiste una fiaba suprema, che non è una sottocreazione, come altre, ma il compimento della Creazione, il cui rifiuto conduce alla furia o alla tristezza: la vicenda evangelica, in cui storia e leggenda si fondono".
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