5/5 Trama: “Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina…” Così comincia il romanzo di Banana Yoshimoto, Kitchen pubblicato con grande successo in Italia in prima traduzione mondiale da Feltrinelli (1991).
È un romanzo sulla solitudine giovanile. Le cucine, nuovissime e luccicanti o vecchie e vissute, che riempiono i sogni della protagonista Mikage, rimasta sola al mondo dopo la morte della nonna, rappresentano il calore di una famiglia sempre desiderata. Ma la grande trovata di Banana è che la famiglia si possa, non solo scegliere, ma inventare.
Così il padre del giovane amico della protagonista Yūichi può diventare o rivelarsi madre e Mikage può eleggerli come propria famiglia, in un crescendo tragicomico di ambiguità.
Con questo romanzo, e il breve racconto che lo chiude, Banana Yoshimoto si è imposta all’attenzione del pubblico italiano mostrando un’immagine del Giappone completamente sconosciuta agli occidentali, con un linguaggio assai fresco e originale che vuole essere una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti manga.
È un romanzo sulla solitudine giovanile. Le cucine, nuovissime e luccicanti o vecchie e vissute, che riempiono i sogni della protagonista Mikage, rimasta sola al mondo dopo la morte della nonna, rappresentano il calore di una famiglia sempre desiderata. Ma la grande trovata di Banana è che la famiglia si possa, non solo scegliere, ma inventare.
Così il padre del giovane amico della protagonista Yūichi può diventare o rivelarsi madre e Mikage può eleggerli come propria famiglia, in un crescendo tragicomico di ambiguità.
Con questo romanzo, e il breve racconto che lo chiude, Banana Yoshimoto si è imposta all’attenzione del pubblico italiano mostrando un’immagine del Giappone completamente sconosciuta agli occidentali, con un linguaggio assai fresco e originale che vuole essere una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti manga.
Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si
trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da
mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute.
Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle
bianche che scintillano. Anche le cucine incredibilmente sporche mi
piacciono da morire. Mi piacciono col pavimento disseminato di
pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa
subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme
pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero
inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi
appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornetto schizzato di
grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono
tristi. Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che
pensare che sono rimasta proprio sola. Nei momenti in cui sono molto
stanca, mi succede spesso di fantasticare. Penso che quando verrà il
momento di morire, vorrei che fosse in cucina. Che io mi trovi da sola
in un posto freddo, o al caldo insieme a qualcuno, mi piacerebbe poterlo
affrontare senza paura. Magari fosse in una cucina!
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