5/5 Trama: L'8 dicembre 1995 un ictus getta Jean-Dominique Bauby in coma profondo.
Quando ne esce, tutte le sue funzioni motorie sono deteriorate. Colpito
da quella che la medicina chiama locked-in syndrome, e che lascia
perfettamente lucidi ma prigionieri del proprio corpo inerte, Bauby non
può più muoversi, mangiare, parlare o anche semplicemente respirare
senza aiuto. In quel corpo rigido e incontrollabile come lo scafandro di
un palombaro, solo un occhio si muove. Quell'occhio, il sinistro, è il
suo legame con il mondo, con gli altri, con la vita. Sbattendo una volta
le palpebre del suo occhio Bauby dice di sì, due volte significano un
no. Sempre con un battito di ciglia, ferma un interlocutore su una
lettera dell'alfabeto che gli viene recitato secondo l'ordine di
frequenza della lingua francese: "E, S; A, R, I, N, T...". E, lettera
dopo lettera, Bauby detta parole, frasi, pagine intere... Con il suo
occhio Bauby scrive questo libro: per settimane intere, ogni mattina
prima dell'alba, pensa e memorizza un capitolo che più tardi detta a una
redattrice del suo editore. Così, da dietro l'oblò del suo scafandro,
invia le cartoline di un mondo che si può solo immaginare, dove vola
leggera la farfalla del suo spirito.
Se si domandasse ai lettori di Alexandre Dumas in quale dei suoi
personaggi vorrebbero reincarnarsi, i voti andrebbero a D’Artagnan o a
Edmond Dantès e nessuno avrebbe l’idea di citare Noirtier de Villefort,
figura abbastanza tetra del Conte di Montecristo. Descritto da Dumas
come un cadavere dallo sguardo vivo, un uomo già pronto a tre quarti per
la tomba, questo handicappato grave non fa sognare ma temere.
Depositario impotente e muto dei più terribili segreti, passa la vita
prostrato in una sedia a rotelle e comunica solo muovendo gli occhi: un
battere d’occhio significa sì; due, no. In effetti, il buon papà
Noirtier, come lo chiama affettuosamente la nipotina, è il primo
locked-in sindrome, e finora l’unico, apparso in letteratura. Da quando i
miei pensieri sono usciti da quella spessa nebbia in cui l’incidente li
aveva immersi, ho molto pensato al buon papà Noirtier. Avevo appena
riletto il Conte di Montecristo ed ecco che mi ritrovo nel cuore del
libro nella posizione più spiacevole. Questa lettura non era un caso.
Avevo il progetto, senza dubbio iconoclasta, di scrivere una
trasposizione moderna del romanzo: la vendetta restava ben inteso il
motore dell’intrigo, ma i fatti si svolgevano ai giorni nostri e il
conte era una donna. Non ho dunque avuto il tempo di commettere il
crimine di lesa maestà. Per punizione avrei preferito essere trasformato
nel barone Danglars, in Frantz d’Epinay, nell’abate Faria, o per dirla
tutta, dover copiare diecimila volte la frase: **non si gioca coi
capolavori** gli dèi della letteratura e della neurologia hanno deciso
diversamente. Certe sere ho l’impressione che il buon papà Noirtier
venga a pattugliare i nostri corridoi coi suoi lunghi capelli bianchi e
la sedia a rotelle vecchia di un secolo che ha bisogno di una goccia
d’olio. Per rovesciare i decreti del destino ho in mente ora una saga
dove il testimone chiave è un corridoio invece di un paralitico. Non si
sa mai. Potrebbe funzionare….
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