sabato 20 aprile 2013

LO SCAFANDRO E LA FARFALLA di Jean-Dominique Bauby

5/5 Trama: L'8 dicembre 1995 un ictus getta Jean-Dominique Bauby in coma profondo. Quando ne esce, tutte le sue funzioni motorie sono deteriorate. Colpito da quella che la medicina chiama locked-in syndrome, e che lascia perfettamente lucidi ma prigionieri del proprio corpo inerte, Bauby non può più muoversi, mangiare, parlare o anche semplicemente respirare senza aiuto. In quel corpo rigido e incontrollabile come lo scafandro di un palombaro, solo un occhio si muove. Quell'occhio, il sinistro, è il suo legame con il mondo, con gli altri, con la vita. Sbattendo una volta le palpebre del suo occhio Bauby dice di sì, due volte significano un no. Sempre con un battito di ciglia, ferma un interlocutore su una lettera dell'alfabeto che gli viene recitato secondo l'ordine di frequenza della lingua francese: "E, S; A, R, I, N, T...". E, lettera dopo lettera, Bauby detta parole, frasi, pagine intere... Con il suo occhio Bauby scrive questo libro: per settimane intere, ogni mattina prima dell'alba, pensa e memorizza un capitolo che più tardi detta a una redattrice del suo editore. Così, da dietro l'oblò del suo scafandro, invia le cartoline di un mondo che si può solo immaginare, dove vola leggera la farfalla del suo spirito.

Se si domandasse ai lettori di Alexandre Dumas in quale dei suoi personaggi vorrebbero reincarnarsi, i voti andrebbero a D’Artagnan o a Edmond Dantès e nessuno avrebbe l’idea di citare Noirtier de Villefort, figura abbastanza tetra del Conte di Montecristo. Descritto da Dumas come un cadavere dallo sguardo vivo, un uomo già pronto a tre quarti per la tomba, questo handicappato grave non fa sognare ma temere. Depositario impotente e muto dei più terribili segreti, passa la vita prostrato in una sedia a rotelle e comunica solo muovendo gli occhi: un battere d’occhio significa sì; due, no. In effetti, il buon papà Noirtier, come lo chiama affettuosamente la nipotina, è il primo locked-in sindrome, e finora l’unico, apparso in letteratura. Da quando i miei pensieri sono usciti da quella spessa nebbia in cui l’incidente li aveva immersi, ho molto pensato al buon papà Noirtier. Avevo appena riletto il Conte di Montecristo ed ecco che mi ritrovo nel cuore del libro nella posizione più spiacevole. Questa lettura non era un caso. Avevo il progetto, senza dubbio iconoclasta, di scrivere una trasposizione moderna del romanzo: la vendetta restava ben inteso il motore dell’intrigo, ma i fatti si svolgevano ai giorni nostri e il conte era una donna. Non ho dunque avuto il tempo di commettere il crimine di lesa maestà. Per punizione avrei preferito essere trasformato nel barone Danglars, in Frantz d’Epinay, nell’abate Faria, o per dirla tutta, dover copiare diecimila volte la frase: **non si gioca coi capolavori** gli dèi della letteratura e della neurologia hanno deciso diversamente. Certe sere ho l’impressione che il buon papà Noirtier venga a pattugliare i nostri corridoi coi suoi lunghi capelli bianchi e la sedia a rotelle vecchia di un secolo che ha bisogno di una goccia d’olio. Per rovesciare i decreti del destino ho in mente ora una saga dove il testimone chiave è un corridoio invece di un paralitico. Non si sa mai. Potrebbe funzionare….

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